GIANNI CUSUMANO - AUTORE APPESO -

mercoledì 20 ottobre 2010

All'ora del caffè



All’ora del caffè
c’è ancora troppa polvere nell’aria,
fuori da queste tapparelle sporche
il mondo se ne sta in silenzio
come in castigo,
come dopo l’apocalisse
voglia Iddio.

All’ora del caffè
nessuno ha ancora fatto qualcosa
per le dita di Django
ma a lui va bene
e continua a suonare lo stesso per me
qui
nel mio bar.

All’ora del caffè
il passato è venuto a farmi visita
e aveva l’aspetto di una scatola di cerini
con un sagittario stampato su un lato,
ho provato a sfregarli
ma non si sono accesi
e forse è stato meglio così.

All’ora del caffè
nemmeno la puttana accanto
sembra avere problemi,
suo figlio sta forse sognando qualcosa
che lassù nella capitale
una folla di operai senza pace
custodirà per lui.

All’ora del caffè
una birra è già finita
e altre due aspettano il loro turno
stese nel ghiaccio di un freezer vuoto
che non ha mai smesso di sperare,
e chi sono io
per fargli credere il contrario.
All’ora del caffè
i mercanti della fiera
hanno ancora molto da vendere
e la gente della fiera
ha ancora molto da comprare
e forse è per questo che il mondo
non è il miglior posto del mondo.

All’ora del caffè
s’è già fatto troppo tardi
per prendere un caffè,
i telefoni ricominciano a squillare
i cani ad abbaiare
le donne a partorire
e gli assassini ad ammazzare.

All’ora del caffè
per qualcuno è sempre troppo dolce
e per qualcuno sempre troppo amaro
ma non c’è molto di che preoccuparsi,
basta aspettare
e con un po’ di fortuna
anche domani ci sarà un’ora del caffè
per poter riparare.

mercoledì 6 ottobre 2010

Allacciate le cinture







"I Frigo Tales sono un viaggio raccontato in diretta da viaggiatori che non si prendono troppo sul serio, ma al viaggio ci credono. Lo ritengono assurdamente, ma anche razionalmente indispensabile, un’occasione che forse non porta a niente, ma forse porta a qualcosa e perciò vale la pena di cogliere. Ci senti dentro la strada che fugge, le soste negli autogrill, il sapore delle birre e dei panini. (...) Non sfiora nemmeno l’esibizione letteraria, ma appare come una vera cronaca, simile davvero per questo suo carattere pratico e utile, a quelle dei viaggiatori medioevali, unici testimoni nel loro tempo dei paesi lontani e meravigliosi che avevano visitato. "
Vincenzo Sparagna,
Frigidaire.

http://autoprodappese.noblogs.org/

lunedì 4 ottobre 2010

Quelli che grattano la fortuna


Quelli che grattano la fortuna
spesso si pisciano addosso,
entrano nelle tabaccherie
che la gente deve turarsi il naso
quando gli passano accanto,
non ci vedono bene
e se ne stanno tutti accovacciati sui tavoli
a grattare via la striscia d’argento
dai biglietti
con l’unico cent che gli rimane in tasca
dimenticando completamente
che ne è stato della loro vita
e perché è successo.

Quelli che grattano la fortuna
hanno una sporta della spesa
ad attenderli
timidamente
sulla strada
perché è leggera
e il suo peso,
lo sanno bene
quelli che grattano la fortuna,
non reggerebbe il confronto
con quella del tabaccaio
che invece
è uno di successo.

Quelli che grattano la fortuna
hanno solo una cosa in comune
a parte il puzzo di piscio
e una vita sprecata:
ammirano tutti
le vincite degli altri
che penzolano fotocopiate
dal bancone delle sigarette,
rallentando la fila
mentre aspetti
di comprare
il tuo maledetto tabacco
a buon mercato.

venerdì 1 ottobre 2010

Un genio come tanti


Questo di cui parlo era stato un grande scrittore
aveva pubblicato un mucchio di libri
erano stati tradotti in non so quante lingue
e perfino F. P. prima di raggiungere Hemingway e gli altri
scrisse parole entusiaste sul suo lavoro.

Questo di cui parlo era stato un grande scrittore,
“la rivelazione dei nostri tempi” aveva detto qualcuno,
uno che, grazie ai suoi libri,
aveva potuto arredare le mensole dello studio
con premi, trofei, medaglie,
e un mucchio d'altri riconoscimenti.

Questo di cui parlo era stato un grande scrittore,
che sapeva come accendere anche le parole senza vita,
che era stato battezzato alle fiamme dell'inferno
e possedeva perfino una brillante dialettica,
qualcosa in più che faceva di lui un GENIO
in confronto al resto del mondo.

Ma questo di cui parlo
che era stato un grande scrittore
e che s'era aggiunto la lettera G. di genio
a metà tra il nome e il cognome
iniziò a scrivere sempre meno
e a farsi vedere sempre di più,
specie alla televisione.

E allora?, direte voi, che c'è di male?
Era un genio, è normale che uno com'era lui
andasse a finire in qualche studio televisivo.

Io non lo so se è poi così normale.

Direte che sono uno che dimostra
più anni di quelli che ha veramente
ma penso che in TV
dovrebbero starci solo i pagliacci e le puttane
e, a meno che non debbano per forza intervistarvi
e fare di voi l'ennesimo “caso letterario del mese”,
non dovrebbe essere quello il posto
per gente che scrive.

Ma questo di cui parlo
che era stato un grande scrittore
pensò che oltre a rispondere a qualche domanda sui suoi libri
avrebbe anche potuto illuminare col suo genio anagrafico
l'oscura coltre d'ignoranza che opprimeva i palinsesti pomeridiani.
Allora aggiunsero un posto sulla poltrona
insieme agli altri opinionisti di mestiere
e ogni giorno, all'ora del caffè,
il genio diceva la sua
su questioni che riguardavano uomini e donne comuni
con problemi troppo comuni per sembrare veri.
Era anche piacevole vederlo seduto lì
mezzo ubriaco, col sigaro stretto tra i denti
che faceva la sua bella figura da genio
messo in mezzo a quelle altre facce
di plastica televisiva.
Si vedeva, insomma, che non apparteneva a quel posto.

Ma questo di cui parlo
che era stato un grande scrittore
sembrava stare sempre più comodo
seduto su quel divano.
Pensò che non era quello il momento di mandare tutto all'aria
di appiccare un bell'incendio e scappare in sella al suo leone,
specialmente adesso che il cuscino gli aveva preso la forma del culo.
Più appariva sullo schermo
meno parole bruciavano sulle pagine
e via via
col passare dei giorni,
dei mesi,
degli anni
quello che era stato l'ultimo grande genio
della letteratura contemporanea
dovette cedere il posto sulla poltrona
a qualcuno con un indice di gradimento
più alto del suo,
a un altro genio come tanti
e farsi da parte.

Smisi di sentir parlare di quest'uomo
che era stato un grande scrittore.
Non pubblicava nulla da un pezzo
e nemmeno la sua faccia si vedeva più
in giro tra i palinsesti.

Poi,
una sera che me ne stavo lungo
disteso sul letto completamente nudo
dopo aver fatto all'amore con la mia ragazza
sfinito e boccheggiante,
mentre cazzeggio col telecomando
saltando da un canale all'altro
ecco che vedo disegnarsi sullo schermo
il volto del genio in persona.
Non era cambiato molto dall'ultima volta,
solo in viso sembrava più gonfio.
Questa volta aveva una semplice sedia di legno sotto al culo
e insieme a lui, nello studio,
c'erano altri sedicenti scrittori, sceneggiatori, psichiatri, e Dio sa cos'altro.
Si parlava di una donna che aveva ucciso il figlio di pochi anni
e ognuno di quei geni, a turno, diceva la sua a riguardo.
C'era anche una poetessa
che disse d'essersi dovuta chiudere in bagno
una volta
per non soffocare il suo piccolo in fasce
che non la smetteva di strillare.

Comunque sia
alla fine del programma
la presentatrice annunciò la prossima storia
che il genio in persona aveva scritto
appositamente per il tema della serata.
Lui stesso disse qualcosa,
definendolo come
“un racconto basato sulla DICOTOMIA grasso/magro”.
Rise di gusto
prima di aggiungere che
“questo faceva di lui un genio della narrativa contemporanea”.

Mi schiacciai una zanzara sul braccio
e rimasi in attesa del capolavoro.

Allora
una donna cominciò a recitare la storia
su quello che sembrava essere un cartone animato
disegnato apposta per il racconto.
C'era una ragazza troppo magra
che aveva sposato un uomo troppo grasso
e, dopo innumerevoli tentativi,
finalmente lei aveva dato alla luce un bambino
che però era nato con una qualche forma di ritardo
spingendo così la madre della ragazza
a soffocarlo con un cuscino.
Si chiamava “Mamma Mia!”
e il tutto sarà durato non più di 2 minuti.

Spensi la TV e mi avvinghiai al corpo sudato della mia ragazza.

Al buio di quella notte calda,
ringraziai di non essere un genio.

venerdì 24 settembre 2010

Una virgola da 600 euro


Strinsi anche io la cinghia
come ogni buon italiano in crisi
e presi solo un pacco di uova
e un cartone di birre in offerta
tanto per far passare un'altra serata solitaria.

Quel pomeriggio mi ero ripromesso
di darmi una calmata col bere e tutto,
erano giorni che non dormivo
e anche cacare decentemente era un'impresa.
Mi sembrava d'impazzire
ma il solo pensiero di dover sprecare una sera
potenzialmente produttiva
mi faceva stare anche peggio.

Come si dice,
finché sei in ballo e le gambe ti reggono
almeno ci provi a restare in pista.
Il tempo per rimanere distesi
sarebbe arrivato anche quello,
non so se mi spiego.

Strinsi la roba al petto
e mi avvicinai alla cassa per pagarla.
La fila, in quel supermercato,
non era mai troppo lunga.
C'erano abbastanza casse per tutti.

Il tizio davanti a me aveva anche lui poche cose
eppure la fila s'era come bloccata.
Guardai oltre le sue spalle
e c'era questo ragazzo magro
con la testa piccola e ossuta
e dei bastoni pelosi al posto delle braccia
che cercava di capire che tasto premere
per aprire lo sportello della cassa.

Era completamente impacciato,
si affaccendava su quella cassa schiacciando pulsanti a caso
cercando di capire quale arcano mistero
gli impedisse di aprirla.
Il tizio davanti cominciò a sbuffare
e a tamburellare nervosamente le dita sul nastro trasportatore.
Si vedeva che il ragazzo non aveva dimestichezza col mestiere,
si vedeva da come teneva i soldi del tizio:
stretti tra le punte di due dita,
intimidito
come uno che pizzica per la prima volta un capezzolo.

Quella scena mi fece tornare in mente
quando, esattamente un anno prima,
mi trovai anch'io in una situazione simile.
Facevo il commesso in un piccolo negozio di strumenti musicali
cosicché mi toccava stare alla cassa
quando c'era da pagarsi.
Un giorno
-sarà stato non più di una settimana da quando avevo cominciato-
mi trovo davanti al bancone un ragazzino
che doveva pagare una muta di corde per chitarra.
Il ragazzino mi porse il pacchetto
e tutto quello che dovevo fare allora
era battere la cifra sulla cassa,
6 euro,
lasciare che il carrello s'aprisse
incassare il denaro
e strappare lo scontrino.

Dico, sembrava facile.

Così spinsi prima sul tasto del 6
e quindi due volte su quello dello 0.
Mandai l'OK, la cassa s'aprì,
presi i soldi, diedi lo scontrino al ragazzo
e poi ognuno per la sua strada.
Niente di più facile, pensai.
Quando quello uscì
mi girai a controllare d'aver chiuso per bene il carrello
e per poco non collassai a terra
vedendo la cifra 600
bella illuminata sul display.
Ognuna di quelle linee verdognole impresse sullo schermo
stavano a significare che per il fisco
quel ragazzino aveva appena pagato 600 euro
per una muta di corde per chitarra,
per giunta delle più scadenti.
Avevo dimenticato di battere una virgola,
una virgola che valeva il doppio del mio stipendio.

Corsi a raccontare la faccenda ai padroni
e anche a loro
per poco non gli pigliava un colpo.
Eppure, nonostante il casino che avevo combinato,
furono comprensivi
e si limitarono a starmi attaccati al culo
per le successive due settimane.
Lavorai in quel negozio per circa tre mesi
prima di mandarli anche loro a cacare
e mai, dico MAI
riuscii ad avere un rapporto amichevole
con quella cassa del cazzo.
Questo per dire
che capivo bene come si sentisse quel povero cristo,
magari un genio della musica,
magari il prossimo messia,
ma che adesso soccombeva davanti a una cassa del cazzo
con gli occhi di mezzo supermercato puntati addosso.

Nel frattempo,
un uomo che portava lo stesso camice amaranto
si affiancò al ragazzo
istruendolo frettolosamente sulle cose da fare.
Il ragazzo indugiò ancora qualche volta sui tasti
mentre l'uomo gli batteva una mano sui fianchi
ogni volta che quello sbagliava.
Lo sentii dirgli sottovoce
“Te le taglio queste gambe, maledetto! Te le taglio!”

Finalmente quella cassa fottuta s'apri
e il tizio davanti ebbe il suo resto.
Allora posai la mia roba sul nastro
e il ragazzo premette un pedale
che lo fece scorrere verso di lui.
Il “gambizzatore” intanto gli stava ancora dietro,
controllava ogni mossa.
Passai al ragazzo la tessera che mi dava pieno diritto
allo sconto per la birra
lui la fece scivolare velocemente
sul congegno laser che leggeva i prezzi,
poi fece lo stesso con la roba,
-le uova e la birra-,
e infine mi annunciò il conto.
Gli allungai il denaro,
lui lo prese e questa volta riuscì
ad aprire la cassa senza sbagliare un colpo.
Si perse un po' col resto,
contava gli spiccioli uno per volta
come fanno i bambini coi fagioli
prima di convincersi a darmelo
ma, in definitiva,
non era andato male.
Anche il “gambizzatore” doveva essersene accorto
perché adesso le rughe sul suo viso si vedevano meno
e alla fine sembrò dargli tregua
e si allontanò
tornando a fare quello che stava facendo.

Quando finii di imbustare tutto
presi il resto e feci per uscire.
Il ragazzo mi salutò un po' in ritardo sul tempo
con un sonoro “ARRIVEDERCI”.
“Arrivederci”, dissi.

Lo lasciai lì
con gli occhi del mercato mondiale fissi su di lui,
su quella testa piccola e ossuta
su quei bastoni pelosi che aveva per braccia.
Lo lasciai lì
a combattere la sua battaglia
per diventare
la macchina di una macchina,
augurandogli affettuosamente di continuare a sbagliare.

venerdì 17 settembre 2010

Frammenti


Meglio mettersi l'anima in pace,
perché questo è quello che resta alla nostra generazione.

Poco o niente,
a parte il maltolto,
quello che non hai,
a parte i circhi cannibali in prima serata,
mentre aspetti di morire bevendo birra scura.

Poco o niente,
a parte i figli morti dell'assistenzialismo di stato
che urlano sudati sui tetti d'amianto
dei loro padroni.
Poco o niente,
se non la definitiva consacrazione alla schiavitù
pagata coi soldi di tutti.

Niente,
a parte il vestito del servo addosso al padrone
o se consideri l'affidabilità della gente
o se pensi a Dio.

Poco o niente,
a parte gli indici d'ascolto,
o il festival dell'Erezione Italiana,
a parte l'ultima bottiglia di limoncello nascosta in frigo,
o la tridimensionalità di una storia scadente in cambio di un pezzo da 10.

Poco o niente,
a parte l'informazione del non averla.

Poco o niente,
se non il brivido freddo su un vinile rigato,
e l'ultima cicca buona, soffocata nel portacenere.

Niente, se non la voglia di far niente.

Se non una cultura imparata seduto sul cesso,
a parte il disgusto e il senso d'inadeguatezza,
e la tua ombra chiusa in cella.
Poco o niente,
poco o niente,
se non l'odore di fango nell'aria,
o se pensi al lavoro.

Poco o niente, perché non c'è altro.
Poco o niente,
a parte tutto.

domenica 5 settembre 2010

Morte a pedali


All'angolo della strada
c'era un enorme arancino
a grandezza d'uomo
che sorvegliava l'ingresso di un bar.
Portava degli stivali da pescatore, dorati,
e aveva un largo sorriso stampato in faccia.

Una coppia si avvicinò al bar
e la ragazza disse
“Cristo, sembra vero!”
e il ragazzo disse
“Fermati lì, ché ti faccio una foto”.

Passai oltre il loro amore fotogenico
e mi diressi al chiosco
dall'altra parte della strada.
Ordinai una birra,
forse l'ottava quella sera,
e mi sedetti su una panchina
che dava sulle vetrine dei negozi.

Mi sembrava d'impazzire.
L'unico programma che avevo per la serata
era di farmi mettere sotto
da un'auto in corsa.
Ci provai anche,
ma ora sono qui a parlarne
quindi...

Su una di quelle vetrine c'era scritto
che le mutande erano in saldo.
La parola SALDO
risaltava al buio della notte.

Pensai di addormentarmi su quella panchina,
poi pensai di chiamare la mia ragazza
e dar fiato alla gola
ma il telefonò squillò a vuoto
e lasciai perdere.

Qualcuno spense le luci sulla strada
e allora finii la birra
e pensai davvero di fermarmi a dormire
su quella panchina,
tanto per assaggiare la vera poesia.
Ma una ragazza in bicicletta
mi passò davanti
e c'era qualcosa che non andava con l'olio della catena
perché faceva un rumore terribile,
strideva come unghie sul cielo della notte.

Allora mi alzai
gettai la bottiglia da qualche parte
e presi la strada per casa.

Poi,
chiusi le tapparelle della mia stanza
chiusi le tapparelle della cucina
e mi fermai ancora un po'
a rollarmi una sigaretta,
mentre Brahms,
la seconda della prima,
riempiva l'aria della tana.

C'era una blatta morta dietro il frigo.
L'indomani mi sarei dovuto dare da fare.