GIANNI CUSUMANO - AUTORE APPESO -

mercoledì 31 marzo 2010

Preparativi


Sbucci le tue patate,
scongeli le tue fette di vacca,
lavi i piatti sporchi.
Ti prepari.

Vai al bagno,
leggi poesie mentre cachi,
scarichi
assicurandoti di spazzolare via le strisce di merda dal cesso.
Ti prepari.

Torni in camera,
dai un'occhiata alla polvere sparsa sul pavimento,
pensi che dovresti dare una lavata a terra.
Sul tavolo, accanto al computer,
i resti di una notte solitaria
passata a scrivere follie
di cui “il mondo farà volentieri a meno”.

Vino,
tabacco,
odore di cenere,
le solite due lampade a basso consumo,
il solito cane isterico che abbaia da qualche parte
e un altro più grosso che risponde da chissà dove,
mentre fuori il mondo
si prepara a un altro mezzogiorno
tu ti prepari a vivere il tuo
a risparmio energetico.

Dai tempo alla campana di finire i suoi rintocchi,
alla carne ancora qualche minuto per scongelarsi,
all'odore di merda di andar via,
ai caffè di fare il loro dovere,
evitando di vomitare.

Ti prepari,
il mondo ti scivola addosso
il mondo va a rotoli,
“il mondo fa a meno di te”
ma non importa,
perché sei un tipo preparato.

lunedì 29 marzo 2010

Cartolina a mio padre

Papà,
dovrei vomitare.
Dovrei vomitarti addosso.
Vomitare sulla mamma,
su mia sorella.
Dovrei sporcarmi di vomito,
papà.

Dici che le cose non cambieranno,
papà,
che la gente se ne frega.
E, tanto vale,
fare come fanno tutti.

Papà,
dovrei vomitare.
Dovrei vomitarti addosso.
Vomitare sulla mamma,
su mia sorella.
Dovrei sporcarmi di vomito,
papà.

Perché le cose non cambieranno,
papà.
Perché la gente se ne frega.
E, tanto vale,
fare come fanno tutti.

Adesso,
tienimi stretta una mano in fronte,
papà.
Come quando ero piccolo
e c'era poco da capire.
Aiutami a vomitare,
papà.
Fammi vomitare.

mercoledì 24 marzo 2010

SUPPOSTA ATOMICA

Circolano davvero troppi libri,
-libri scritti male con titoli orribili-
che gente con un minimo di buon senso.

Questo è il motivo per cui
adesso,
nel nuovo agognato millennio
che puzza di marcio esattamente come tutti gli altri
affoghiamo tutti,
santi e assassini,
in un oceano di merda
densa e fiammeggiante.

Gente.
Gente.
Gente che pretende.

Che pretende
un mondo libero e pulito abbastanza
da accumularci una certa dose di denaro,
buona educazione,
senso della misura.
Gente che da secoli
arranca sulle gambe storte di un Dio senza faccia
ma con troppe mani,
-tutte armate-
per poi
ingravidare una donna con la scusa dell'amore
e metter su famiglia.
E poi ancora,
baciare la fronte dei loro figli iperattivi
presi in prestito dalla pubblicità
-giovani vecchi-
prima di sedarli
e spedirli a scuola
stringendoli troppo forte per mano.

Gente libera,
ricca,
educata,
equilibrata,
gente perbene,
benpensante,
elegante,
gente fedele a gente,
gente credente,
gente fidelizzata,
ovunque
gente
che un giorno,
fingendo di non sapere come,
con una coperta di lana sulle ginocchia,
sprofonda nel baratro di pezza di una poltrona pagata a rate
rispondendo a un televisore pagato a rate,
per dare la risposta esatta
su certi bisonti omosessuali del nord America
-è mai possibile?-
e ticchettare le ossa dei piedi
sul ritmo di una stupida canzonetta d'avanspettacolo
aspettando di pagare l'ultima rata importante
alla Morte.

Mentre fuori
la follia di un'orda cancerogena
di sguardi vacui e inebetiti
cresce e si propaga.

Marchettari di regime
corrotti e compiaciuti.

Gente.
Gente.

Ombre di uomini
dietro bandiere così grandi
da non correre alcun rischio,
a raschiarsi le gole fino a sanguinare
per una libertà troppo cara
per le loro tasche.

Puttane di corte,
sodomiti del re.
Fingono di non sapere.
Li vedi,
ricurvi,
pronti a prenderlo democraticamente in culo
dai cani inferociti
dei cannibali del consenso
in doppiopetto e cravatta a pois.
Pois bianchi.

Gente.

Giovani uomini svuotati del futuro
per pochi spiccioli rubati prima ai loro padri.
Figli vecchi
stuprati da bestie terribili
mentre danno via
gratuitamente
la loro versione dei fatti
ad altre bestie,
bestie da riporto,
che stringono tra i denti microfoni e telecamere.

L'orrore.

Voglio odiare,
invidiare,
voglio scaricare la libertà nel cesso,
mandare a puttane l'amore,
sparare al cuore della tolleranza,
del clima politico,
della giustizia,
del libero arbitrio,
del voto pulito,
della coscienza sociale,
della moderazione,
del talento votato da casa,
della morale comune,
del bene comune,
della pacatezza di toni,
dei sondaggi,
di tua madre, tuo padre e del tuo confessore,
delle commissioni vigilanti,
della compassione,
del ragionevole dubbio,
dei vecchi cantanti scomparsi,
della buona scrittura,
della poesia innocua,
di Dio,
Allah,
Javeh,
Budda,
Lennon e Mc Cartney,
Dante,
Virgilio,
Petrarca,
Manzoni,
Ungaretti,
Pasolini,
De Andrè il giovane e la sua troia di plastica,
Mollica e la sua cultura di merda,
i bianchi, i neri, i gialli e i rossi,
i tifosi, i supplichevoli,
le opposizioni e le supposizioni,
i salotti culturali,
i bar alla moda,
le aree verdi,
la politica del fare,
i vecchi fascisti da badare,
e ancora
ancora
ancora
ancora...

Colpire a morte
la mia donna di marca,
i miei figli di marca,
il posto di marca,
il mutuo di marca,
l'abbonamento TV di marca,
il frigo di marca,
la cucina di marca,
il cibo di marca,
la lavatrice a basso consumo di marca,
la macchina di marca,
le mutande di marca,
gli amici di marca,
la birra e il vino di marca,
l'assicurazione furto e incendio di marca,
la banca di marca,
la politica di marca,
la musica di marca,
gli Stati di marca,
la marca di marca,

una vita marchiata per sempre.

La Santità nella violenza,
nello stare con due scarpe in ogni piede.

La Santità nella rabbia,
nell'essere nemico del popolo,
nella cattiva educazione.

La Santità nello sputo di Caino sulle bare degli eroi,
sui puri di cuore,
sui colmi di spirito.

La Santità del No.

Circolano davvero troppi libri,
-libri scritti male con titoli orribili-
che gente con un minimo di buon senso.

martedì 9 marzo 2010

Cronache dal Vulcano - Disgusto e soldi spesi male -

Quindici giorni senza possibilità d'appello

L'unico ricordo nitido è un cavallo furioso a zampe all'aria che minaccia di saltarmi addosso. Quattro in macchina, tre indigeni e uno sconosciuto: io. Chiedo della marijuana e un vecchio quartiere ottocentesco è quello che mi aspetta. Ero stato avvertito a riguardo da un mio cugino.
Uno del sud senza abbastanza peli in viso. Sgommiamo intorno al quartiere due, tre, quattro volte. Strade sporche e scure, zuppe di piscio e silenzio. Complicità criminale nell'aria. Paura.
Più avanti, uno fermo a un palo che somiglia tanto a un palo ci urla dietro che quello che vogliamo “ce l'abbiamo scritto in fronte.” Non ha tutti i torti.
Quel che resta di un trentenne ci segue da dietro, su un vecchio scooter anni '90. Aspetta i soldi, i nostri. Si affianca al lato guida e il pilota lo paga. Il pilota ha un pezzo d'acciaio sterile che gli perfora il labbro inferiore da parte a parte. Bestemmia, dice che il il pusher fa lo stronzo. La donna che gli siede accanto risponde qualcosa in lingua. Non capisco cosa ma penso sia una rassicurazione. “Non c'è da preoccuparsi.” Me ne convinco mentre mi tengo stretto alle parole di Tim. Più avanti, nei pressi di un divieto d'accesso, l'erba è finalmente nelle nostre mani. Scappiamo di corsa. Scorriamo le zolle brune dell'inferno sui nostri pneumatici animati a gas mentre Buckley ci sta dietro. Poi un ragazzino barbuto su un vecchio “Si” ci scorta giù fino all'uscita.
Poi la nebbia. E nient'altro.

Due o tre giorni dopo


Litri di vino e peccato. Risvegli unti d' olio extra vergine su spaghetti che non ci appartengono. Uno spreco. Con le cispe agli occhi io e la mia compagna ci sussurriamo parole di conforto. Quella roba appiccicata sul pavimento non può essere nostra. Ci deve essere stato uno sbaglio. Siamo entrambi battezzati, educati come tutti all'ombra del crocefisso. Dio perdoni i nostri peccati! E cancelli dalla faccia della Terra le palle di pregiudizio ambulanti. Ce lo devi, per Dio! Non mi sono mai piaciuti i criptici, se capite quello che voglio dire... Ma questo non mi ha mai impedito di sgrassarmi la pelle sotto la doccia cantando lodi a nostro Signore. Capite quello che voglio dire? Le preghiere scivolavano via nello scarico insieme alla schiuma sudicia. Capite? Il corpo di Cristo per un trans bruciacchiato. Un affare.

E alla fine?

Nulla. Disgusto. E soldi spesi male.

martedì 2 marzo 2010

Cronache dal Vulcano -C'è un tappo di carta nella bottiglia di rum-

Il tappo del rum è scomparso. Deve averlo preso l'altra sera quella anoressica che ama farsi leccare dai suoi animali. Dio Santo, è assurdo! Quell'appartamento è davvero troppo piccolo per contenerli tutti: lei, il cane e i due gatti. In più c'è da considerare il portatore sano di sperma, l'assicurazione sul futuro: il maschio di casa. Il pene fedele in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, in vita e -se possibile- anche in morte. In tutto fanno cinque entità strette in un groviglio di carne umida e vibrante sul punto di implodere. Qualcuno dovrebbe farglielo notare, dovrebbe dirlo a quella gente. “Ragazzi, le mattonelle di cotto non giustificano tutto questo. Aprite gli occhi!”
Problemi di circolazione alle mani in questi concitati momenti di speranzoso rinnovamento spirituale. Temo l'insorgere di un tunnel carpale ma in realtà non ne so una cazzo di sindromi alle articolazioni. Probabilmente si tratta solo di una memoria annegata chissà dove nel mio cervello che rispunta fuori. Da considerare anche la seria possibilità di auto suggestione indotta da un elevato abuso di cannabis sativa. MAH! Le prove di nostro Signore, forse. Le cattive compagnie, forse. Roba niente male comunque.
Ogni giorno protesi falliche bidimensionali e tette di plastica molle tentano di corrompermi. Resisto, stretto tra crocefissi inchiodati male e padelle cancerogene sporche di grasso che minacciano di non rispettare l'armistizio. Da settantadue ore comunico solo con la mia casa. Una parete somiglia vagamente a Charles Baudelaire marcio d'assenzio, l'altra ha l'oro in bocca, ogni mattina. C'è qualcuno anche in cucina e nel cesso ma non ho ancora capito chi siano. Devo fare di tutto per concentrarmi e lasciare che questa strana piega riversa su se stessa che ha preso la mia vita torni al suo posto. Un buon ferro da stiro è quello che serve. Quello e un sentiero, un percorso chiaro da seguire, la linea nitida e precisa del colletto sulla camicia di seta. Una strada maestra, una coperta amica. E poi, basta con la carne rossa! Lo scoiattolo nell'altra stanza dice che mangiarla ogni giorno non fa per niente bene. Non gli credo. Dice che lui quella roba non la mangia, che l'ha letto da qualche parte che ti fa morire d'infarto. Forse in Inghilterra, due o tre anni fa. Ho pensato: “Guarda attentamente l'ultimo strascico bulimico del XX secolo dritto qui davanti a te. Non scordare mai il messaggio che si porta negli occhi. Cazzone sì, ma fino a un certo punto. Gli anni del colonialismo anglo americano sono ancora in agguato. Perciò stai in guardia”. Poi gli ho detto : “Tutte quelle merendine del cazzo in frigo. Ti hanno succhiato il cervello. Stai morendo. Va a farti una doccia e lasciami in pace. Mi serve tempo. Mi serve un orologio, della carne di pollo, roba del genere per Dio. Puoi darmi tutto questo? Puoi darmi quello che mi serve? No, maledetto saccaro-dipendente figlio di puttana! Allora vattene. Continuerò a dissetarmi succhiando budella di porco a basso costo. Dovrò pur aggrapparmi al passato e le salsicce fanno al caso mio. Chiamala radice culturale, qualcosa del genere. Un segno dei tempi.” Gli sputai in faccia tutto questo, senza arrossire a quanto pare.
Mario, così dice di chiamarsi. Ma potrebbe anche mentire. Potrebbe chiamarsi Impero, in fondo chi può saperlo. Comincio a non fidarmi più di quel suo sorriso deforme. Un premolare uscito dai binari gli ha squarciato la gengiva sul lato destro della bocca. Mi ha fatto venire in mente che ognuno di noi ha una parte marcia, solo che non sempre si vede. Ma io ho occhio per certe cose. So che è lì che risiede la sua essenza malvagia. Il suo tallone d'Achille. Il cuore del vampiro. Oh, dente rivelatore! Estrarlo approfittando del sonno potrebbe essere la giusta soluzione da prendere. Potrei abbreviare i tempi uccidendolo, Mario. Forse è troppo, si è troppo. Ma ci sono dei segnali che fremono di essere decifrati. Non posso far finta di nulla. Per esempio: gli piace succhiare tè argentino da una noce di cocco con una cannuccia di metallo. Dovrei finalmente decidermi ad avvelenarlo col pesticida per i topi. Okay!, giusto. Smetterla con i coltelli e magari tentare con del Ginseng sarebbe concedergli ancora del tempo ma mi aiuterebbe a ritrovare la concentrazione. La chiave per uscire da questo nido d' incubi ambulanti forse te la danno in omaggio. Mi darò da fare per trovare un erborista, uno sciamano, un guaritore indiano, uno spacciatore perché no? Uno da inseguire dopo che ti ha mollato il pacco, insomma. Così, per non sentirmi pedinato. Quindi, fino ad allora, calma. Frenare le strane sensazioni malvagie da quando è cominciato questo viaggio è d'obbligo per la buona riuscita del piano. Autoconservazione: è questo il piano. Semplice. Portare il seme in salvo è quanto di meglio possa fare per dare ancora un senso alla mia vita. Smetterla con l' odiare il piccolo down del piano di sopra, ad esempio, sarebbe un buon inizio. Lui e un maledetto cane tascabile nascosto chissà dove in uno degli appartamenti sopra la mia testa ululano in continuazione, anche senza luna. Ogni ora che il buon Dio sputa su questa terra loro gridano qualcosa al mondo. Fastidiosi e incomprensibili come il mal di denti quando tutto sembra andare per il verso giusto. Non mi lasciano riposare. È un modo di comunicare come un altro, non c'è dubbio. Il ragazzo dovrebbe vedere più luce, forse la smetterebbe. Il cane invece va definitivamente rimosso. Cancellato. Premuto fino all'ultima traccia di midollo osseo. Stento a crederci. Riappropriati della faccenda, cazzo! Pausa per un attimo, va bene? Una cosa alla volta. Trova il modo di lavare quei maledetti vestiti prima che decidano di soffocarti. Diminuisci con le uova e ama il prossimo. Segui il consiglio di quel giovane adoratore di Cristo. Forse chiamerò quel numero stampato sul biglietto da visita e chiederò di Gesù. È ora che venga a riprendersi il cane.

sabato 13 febbraio 2010

Agata -Ieri-

Quello che Agata si è lasciata per le strade polverose di questa città: un uomo senza un piede che chiede l'elemosina accasciato davanti un rispettabile bar per famiglie; uno storpio che barcolla appoggiato a una stampella di plastica che fa la spola tra un marciapiede e l'altro facendo leva sulla orrenda malformazione al viso in cambio di pochi spiccioli merdosi; il cadavere di una settantenne che supplica la folla nascosta in un angolo tra Via Pacini e Via Etnea con al collo un foglio di cartone con su scritto qualcosa; io. Davvero siamo tutti devoti. Non c'è che dire. Ogni guerra religiosa fa le sue vittime. E questo pugno chiuso con due pollici che ho deciso di stamparmi qui, sulla mia scrivania digitale, mi spinge a dire tutta la verità. Da giorni cerco le parole adatte a descrivere quello che è, senza dubbio, tra i più intensi e sentiti deliri devozionali che la storia cristiana conosca. Ma bisogna partire dall'inizio. Come buona parte delle feste di commemorazione religiosa tutto comincia con uno stupro mancato. Questo proconsole romano, Quinziano, sbarcò sull'isola per insidiarsi come governatore nella città che già all'epoca era più simile alla sottile linea di confine che separa il bene dal male, il sacro dal profano, che a una comune città imperiale. Catania era più vicina a Sodoma che a Roma. Di notte, al bagliore tremulo dei fuochi che bruciavano le case assalite dai ladri, le strade ululavano di piacere. Cumuli di carne grassa e sudata avvinghiata in una stretta sporca di sangue e fango, uniti per restituire il giusto tributo di sperma e gemiti ad Afrodite e al buon Bacco. Messe orgiastiche e fiumi di vino. Schiavitù sodomizzata a ogni angolo. Potevi comprare una schiava mora per meno di una moneta di bronzo e fare di lei qualsiasi cosa, anche ucciderla. Anzi, alla fine, probabilmente sarebbe stata lei, ormai sfiancata, a implorarti di farlo. Violenza e paura. A quanto pare non si contano le puttane nere che ogni notte perdevano la vita dopo aver scopato ininterrottamente con più di dieci uomini, forse anche animali. Pessime implicazioni religiose che giustificavano stupri di massa collettivi. Ratti delle schiave. Una moria di vergini senza precedenti, ed era soltanto una città a provocarla. Di giorno, quando anche il sole sembrava non avesse per niente voglia di sorgere, le avide matrone patrizie lasciavano le loro ville tutte imbellettate per andare a contrattare sul prezzo di qualsiasi cosa al mercato. Non era raro che una volta in strada si imbattessero nel cadavere di quella che fino a ieri era stata la loro ancella di fiducia. Casta, pulita, profumata. Morta. Che spreco di denaro. Ma nel 250 dopo Cristo, a Catania, Cristo era ancora in ritardo sulla tabella di marcia. La città era stata conquistata in guerra da Roma, e Roma apparteneva di diritto all'Olimpo. Questo era chiaro. Ma un sottile, flebile sussurro di quel giudeo che si credeva dio in terra arrivò a insidiare lentamente l'orecchio di una giovane e inviolata figlia dell'impero. L'avevano chiamata Agata. Diversamente dal suo ispiratore spirituale, Agata non subì la colpa di essere cristiana in terra di Roma, o perlomeno, non direttamente. Il suo problema era di avere una maledetta bellezza colpevole. Tutto in lei ispirava colpevolezza, tradiva reato: il viso, gli occhi, il seno, le gambe. Non c'era di che salvarsi. E Quinziano il proconsole, vedendola camminare un giorno qualsiasi per una strada qualsiasi, non impiegò molto a vedere nello sguardo di quella vergine feconda il riflesso del piacere e l'opportunità del peccato. Perché Agata non aveva soltanto un bel culo e dei bei capelli, non era soltanto giovane – ancora una bambina – e pura, ma era anche ricca. Ricca di terre e di case. E il Romano questo lo sapeva. Allora, una notte schifosa e vibrante di peccato, diede ordine ai suoi sgherri più infimi di rapire Agata e consegnarla a lui, nuda e nel suo letto. Avrebbe fatto di lei una delle innumerevoli spose dimenticate e sfatte per i troppi parti e poi, un giorno non troppo lontano, avrebbe pisciato sulla terra umida di uno di quegli immensi campi che una volta le appartenevano, tranquillo come solo un padrone può fare. Ma ancora prima, Quinziano comprese che contro la volontà di una giovane vergine consacrata al giudeo non potevano nemmeno la forza e la barbarie dei suoi eserciti. Perché in effetti Agata arrivò su quel letto opulento, nuda, procace, candida. E davvero dentro la camera consolare l'aria sapeva d'incensi. Ma la chiave con cui il romano sperava di spalancare le porte di tali ricchezze non era fatta per quella serratura. Non finché ci sarebbe stata quella cintura d'argento a proteggerla. Dura e fredda come l'inconcepibile consapevolezza del fallimento. “Quel porco d'un giudeo!”. Le urla riecheggiarono sbattendo come schiaffi pesanti sulle pareti sporche di cera del palazzo. E veri schiaffi illuminarono il viso della vergine Agata nella penombra della stanza del peccato scampato. E poi lacrime, e ancora violenza, e poi sangue e urla, urla, urla che, scivolando fuori la finestra si perdevano, confondendosi con il gemito spaventoso della terribile bestia orgiastica della città coperta di tenebre. Quelli che seguirono furono giorni di prove. Prove di lealtà al giudeo. C'era una puttana che gestiva l'harem più grande e fumoso di tutta Catania, eterna devota alla dea della quale portava il nome: Afrodisia. Alle mura del suo bordello Quinziano consegnò la vergine che aveva osato rifiutare un membro dell'impero. La rieducazione al paganesimo in senso sessuale. Sporcarsi anima e corpo, lavarsi della purezza col peccato del piacere. Come biasimare, del resto? Trascorsero giorni e notti e mani, mani senza nome che strisciarono su ogni millimetro di quella pelle morbida e ormai sudicia; mani che assalivano il corpo di Agata come iene frenetiche in cerca di una chiave che a nessun altro sarebbe potuta appartenere, se non al giudeo. Danze. Girotondi di corpi sudati. Lingue mute e umide risalivano la schiena di Agata come il fremito gelido che assale il pazzo che sa di essere pazzo. Ma non ci fu verso. Quella chiave non saltò fuori. E neppure le ricchezze che custodiva. E allora, “Che l'impura venga tratta in arresto e condannata!”.
Allora altra violenza si aggiunse ad altro dolore. Bastarono un paio di tenaglie arroventate. Lo strappo dei seni lacerati e lo strazio in gola. Poi, il lento scorrere del sangue caldo su un corpo sempre più freddo. Rivoli di vapore rosso disegnavano l'addome contratto della colpevolezza. Se un proconsole romano non era in grado di fare sua una puttana qualsiasi dell'impero, tanto valeva la morte. Di lei. Ma i processi di Roma, per quello che ne sapevano i catanesi, non appartenevano a Catania. Come al proconsole invasore, riflesso distinto delle perversioni dentro cui molti in città si specchiavano, non apparteneva la città. Fu rivolta. Il gigantesco drago che si prendeva la rivincita su San Giorgio. Fu la disfatta del potente e la gloria del povero, della puttana, dello storpio, delle schiave more, dei malati, dei mercanti di oppio, degli ubriaconi, dei cristiani svuotati di spirito. E se quel proconsole romano, Quinziano, non avesse avuto anche allora intuito -quello, per intenderci, che spinge una mosca a volar via un attimo prima che una grossa mano la schiacci- non ci sarebbero state più serrature, sul pianeta, che la sua chiave imperiale avrebbe potuto ancora aprire.

venerdì 12 febbraio 2010

Cronache dal Vulcano 9 -Giovedì grasso-

Contatto il mio medico alle 9:45. Ho un grosso problema con un cetriolo. Credo voglia asfissiarmi, bloccato nel mio esofago. Poi le dico:” Dottore, ha già deciso per chi votare alle prossime elezioni regionali?”. “Come?”, dice lei. Riattacco e mi ritrovo ancora disteso in mutande a letto. Mi giro e accanto a me il mio farmacista si è già svegliato da un pezzo. Per tutta la notte l'ho sentito dimenarsi come una lucertola senza coda, in cerca d'acqua. “Come va?”, dico. “Un forte mal di testa... un forte mal di testa...” “Dovresti bere”, gli faccio. Resto immobile a fissare il buio della stanza. Mi domando cosa sia successo. Che ci faccio a letto, all'alba di questo nuovo giorno benedetto, col mio farmacista di fiducia? Lui si alza per andare a pisciare e a ogni passo i suoi piedi sembrano restargli invischiati nel pavimento. A ogni passo, uno strappo di pelle. “Cosa hai fatto ai piedi? Cos'è quel rumore?”. “Non ricordi?” La risposta a quella domanda è: non porti limiti. “Il rum. Abbiamo lanciato un paio di bicchieri di rum prima di uscire. Poi ci abbiamo camminato su per un po' e ora quella merda si è solidificata. Che cazzo...” Frammenti della domanda che avrei dovuto pormi, arrivati a quel punto, cominciavano a ricomporsi nella mia mente ancora assetata. “Il rum?”
Il rum. Alle 18 della sera precedente, dopo più di una settimana senza subire la compagnia di nessuna figura umana a tre dimensioni, il mio farmacista piomba in casa. “Julio! Mi aspettavi scommetto!!” “Sentivo uno strano odore di paracetamolo in effetti.” Quell'uomo in carne e ossa, il mio farmacista, è anche il proprietario di casa. Pelle verdastra, fisico asciutto, gran sorriso. Non fosse stato per lui, non avrei un tetto sulla testa in questo momento. “Come va, Nico?” “A posto, bello. Sono appena arrivato. Domani ho qualcosa da fare, qui in città. Documenti da sbrigare, cose del genere. Documenti, ecco. Solo documenti. Niente di che. Quindi resterò qui stanotte.” Brividi di consapevolezza di quello che, di lì a poco, sarebbe accaduto mi si arrampicavano sulla spina dorsale. Bastava aspettare seduti in riva il fiume, come certi cinesi. Aspettare. Guardare il mio farmacista disfare la valigia. Un'occhiata all'ora. Un tiro di sigaretta. Una mano tra i capelli. Un altro tiro di sigaretta. “Dove compri da bere in questo posto?” Ecco. Non ci aveva messo poi molto.
Alle 18:45 eravamo ormai in grado di affrontare la nostra reciproca compagnia. Una bottiglia di rum, del succo di pera, un box di birre forti e poi, finite quelle, avremmo fato volentieri decidere al fato. Il mio farmacista è anche una delle persone più gentili che conosca. Un raro caso di agglomerato di ossa, organi e carne venuto davvero bene. Torniamo nella tana dopo aver fatto un rapido giro al discount dove vado di solito a comprare da bere. Per arrivarci bisogna superare quello che io chiamo “il presidio anti-negro”, un appostamento fisso di sbirri in tenuta antisommossa che sorveglia giorno e notte Corso Sicilia. Immagino li abbiano messi lì i commercianti della strada, un branco di avidi razzisti collusi devoti a S. Agata, stufi di vedere comitive di africani raggrupparsi davanti ai loro negozi per vendere borse e cd contraffatti. Tutti quei neri, alti e bui. La rappresentazione etnica di un cattivo andamento degli affari. Un indice di mercato negativo. Così ci hanno messo i soldati blu a difendere il corretto andamento dell'economia catanese. Mentre camminiamo dico al mio farmacista che, comunque, gli africani hanno presto risolto il problema. Si sono semplicemente spostati qualche metro più su, confondendosi col buio delle stradine secondarie. Ineccepibili, non c'è che dire. Ho visto madri di famiglia con figli al seguito radunarsi intorno a quei neri come farebbe un tossico in cerca d'erba. Solo che le cinture, i cd, gli occhiali da due soldi che comprano non li puoi fumare. Non facilmente, per lo meno. Quello che succede, i loschi traffici di borsette in similpelle e dischi di Gigi D'alessio, gli sbirri ovviamente lo sanno. È così, questa atmosfera da “farsa di facciata” appesta l'aria, rallentando qualsiasi movimento. Siamo un fottuto popolo di razzisti a convenienza, e questo è quanto. Aguzzini e salvatori convivono ogni giorno dentro un unico corpo. Perché, da qualsiasi pianeta voi veniate, anche uno sbirro violento ha un cd pirata di Gigi D'alessio infilato nello stereo della sua macchina.
Quando torniamo a chiuderci nella tana, il mio farmacista ha già messo nello stomaco 800 grammi di patatine fritte thailandesi, un paio di panini conditi con olive e cipolle (una specialità da queste parti) e diverse birre. È quasi brillo. “Sai, io non reggo molto l'alcool”, mi dice. “Perfetto”, rispondo. Mezz'ora dopo la bottiglia di rum è quasi andata. Noi ascoltiamo Bowie. Siamo quasi ubriachi quando Piadina bussa alla porta. Gli apro mentre io e il mio farmacista ci siamo già scattati una ventina di foto “spiritose” col suo portatile. Poi balliamo qualcosa, i Sepultura forse. Prendo un bicchiere a Piadina. “Fatti un giro con noi Piadina!”, dico. Piadina beve e il folletto diabolico che si nasconde nel mio orecchio mi sussurra qualcosa di violento e inutile. Allora via, rompiamo i bicchieri. Come certi greci. O forse erano russi. Gente dell'est in ogni caso. Piadina è passato a dirci di andare a sentire il suo gruppo suonare sabato prossimo. Gli dico di si, ingolliamo rum, e la promessa è bella che dimenticata. Mi aspetto di trovarla, prima o poi, appiccicata chissà dove nel mio cervello. Alle 21 e pochi minuti primi siamo in due nella tana, e un litro di rum in meno sulla terra. Usciamo, non so come ne quando, ma siamo fuori. Il mio farmacista: quasi un chilo di patate fritte nello stomaco, e diversi litri di birra mista a rum. La neve sull'Etna ci sputa addosso qualcosa come 6 gradi di estrema intolleranza gelida. I nostri corpi ubriachi non sentono nulla, sono spavaldi di fronte all'immutabile corso della natura. Qualche passo verso la via del vulcano, in centro, e dico: “Tutto quello che è successo al rock 'n' roll dopo il 1991. Quello è il nostro olocausto”. “Fatti dire una cosa che mi è successa una volta, quando ancora studiavo qui”, mi fa lui. Una bottiglia di plastica da un litro con noi. Dentro c'è ancora dell'altro rum miscelato a pera. “C'era questa puzza orrenda di marcio che infestava casa da quasi tre giorni. All'inizio credevo fosse della carne imputridita, buttata chissà dove, da qualche parta, nella spazzatura. Una busta che magari avevo dimenticato di portare fuori. Ho setacciato ogni angolo di casa ma niente. Nessuna busta. Allora compro un chilo di soda caustica e ce la butto dentro al cesso, non si sa mai. Ma quell'odore nauseabondo continuava a impestare tutto. Tutto ti dico. E la cosa spaventosa era che non finiva mica dentro casa. Anche l'intero palazzo ne era pregno, come se venisse fuori dalle stesse mura”. “Vai avanti” dico. “Insomma, stavo davvero impazzendo. Era come una specie di tortura. Poi, dopo alcuni giorni, esco di casa e dalle scale del piano di sopra vedo scendere dei tizi vestiti come dei paramedici. Stavano trasportando una bara d'acciaio, qualcosa tipo un sarcofago. Insomma, cazzo... Salta fuori che la vecchia inquilina del terzo piano era schiattata e nessuno s'era accorta che era morta per tre giorni. Gesù Cristo...” Il mio farmacista finisce la sua storia ridendo. Gli prendo la bottiglia dalle mani e tiro giù una sorsata, appuntandomi nella mente di comprare al più presto un spray profumato per ambienti domestici e lasciarlo ben visibile sul comodino accanto al mio letto. Non importa chi sia a morire, l'importante è non farsi trovare impreparati. Non so se mi spiego. Poi il buio. Poi la luce si riaccende nel cesso del centro sociale Auro. Stavo pisciando e leggevo qualcosa scritto su un muro. Successe tutto al doppio della velocità normale. Quando esco, sulla strada il mio farmacista sta contrattando uno spinello con un tizio. “Dice che se gli diamo un euro ci da una canna.” Mi infilo le mani nelle tasche e trovo 2 monete da 20. “Posso darti 40 centesimi, tutto qui.” Il tizio prende i soldi e fa per rollare. Poi, senza motivo a dir la verità, ho cominciato a fissarlo dritto negli occhi. Minuti pesanti scorrevano via come massi da un precipizio. “Perché mi guardi?”, fa lui. Io non rispondo, lo fisso e basta. “Che vuole il tuo amico qui? Che ha?” “Credo sia un blocco neurale, qualcosa del genere. Non preoccuparti, ora gli passa”, fa il mio farmacista. “Cazzo, che vuole? Va bene, 'fanculo non rollo. Basta, mi fate paura. Io me ne vado.” Quando smisi di fissarlo ormai mi dava il culo. Se ne stava andando. Se ne stava andando coi miei soldi. Non so perché lo fissai a quel modo. Forse speravo di vedere nei suoi occhi la vera anima di questa città. Che si rivelasse a me. La parte buona. Dove sei, per Dio?? Il mio farmacista mi prende da un braccio e barcolliamo via verso piazza Teatro Massimo. Il litro di sciroppo di rum fluisce tranquillamente nelle nostre vene di fieri continentali. Lasciamo la bottiglia da qualche parte per la strada. Poi, lampi di aggressioni arbitrarie. Il tempo di chiudere gli occhi e poi riaprirli ed ecco l'immagine inquietante e ambigua di un farmacista e il suo affittuario che saltano addosso a un mazzo di fiori che un giovane indiano cerca di vendere alle coppie sparse per la piazza. Annusiamo le rose come se non ne avessimo mai viste prima. L'indiano ci resta male ma non se le riprende. Ci lascia fare. “Queste rose sono nate morte!”, dico, “E questo non va bene.” “No, non va bene per niente” dice il mio farmacista. Quando decidiamo di farla finita l'indiano ci dice di comprarne un paio. Dopo tutto, era anche giusto. Ho comprato tre rose per un euro e le ho regalate al mio farmacista. Poi, scappiamo via di nuovo. Il farmacista in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Io, ancora in cerca del volto buono di questa città. Ora tutto andava al triplo della velocità. Memorie sparse e confuse è quello che avvenne dopo. Solo una cosa ricordo bene: la faccia angosciata del mio farmacista, un attimo prima di chiudere gli occhi. Nella tana, prima di dire finalmente addio alla giornata, ormai sfiniti e vinti, la faccia verdastra del mio farmacista non sorride più. In preda al classico senso di colpa che assale la gente come noi, nelle nostre condizioni, come un rettile sanguinolento che ciondola famelico sulla spalla. Il mio farmacista mi guarda e mugugna: “Però, che schifo. Viviamo e poi moriamo come schiavi del cazzo”.